"Rivera Rivera Rivera Rivera" é un'antologia di racconti su Gianni Rivera,

Il presidio di fabulazione sportiva Em Bycicleta dedica un’antologia di 26 racconti emozionanti e divertenti a Gianni Rivera, il nostro CARLO MARTINELLI é presente con "La prima e l'ultima volta".

Visitate la sua pagina personale per scoprirne di più

23 marzo 2016



Il nostro MARCO IMPIGLIA ha stabilito un record difficile da battere: primo nostro elemento a curare un libro ufficiale di una Federazione sportiva nazionale.

Si tratta della “Pugilistica”, che lo scorso 2 marzo ha spento 100 candeline sulla torta. Il 16 marzo, alla Casa delle Armi al Foro Italico in Roma, il volume sarà presentato con la partecipazione del presidente del CONI, Giovanni Malagò. Lo stesso giorno aprirà una Mostra dedicata alla storia della “Noble art” in Italia. Se volete saperne di più, andate alla pagina personale. 

14 marzo 2016



Il nostro STEFANO BEDESCHI presenta la nuova edizione del libro sullo scudetto del Bologna del 1964: più pagine, più contenuti, più foto, prezzo più basso.

L’unico scudetto assegnato con uno spareggio. La Grande Inter di Moratti e del Mago Herrera. Il Bologna che «così si gioca solamente in Paradiso». L’accusa di doping e le provette sparite. La morte del Presidentissimo Dall’Ara. Una città pacifica come Bologna che insorge. La ricostruzione del campionato 1963-64 attraverso gli occhi dei protagonisti e dei tifosi felsinei. Un racconto che mette in secondo piano le vicende calcistiche per dare spazio alle reazioni, alle emozioni, alla rabbia, alla gioia e al dolore di chi è stato coinvolto in questa avvincente storia che sembra uscita dalla penna di Agatha Cristie, anziché da un campo di calcio. Un libro appassionante e coinvolgente da leggere tutto in un fiato.

20 febbraio 2016



Se non lo avete ancora letto, vi segnaliamo questo libro del nostro ANDREA BACCI: "MAYPAC - The fight of the century". Maggiori dettagli sulla sua pagina personale.

14 febbraio 2016



Iniziamo il 2016 con un'ottima lettura: "IL DERBY DELLA MADONNINA" del nostro DAVIDE GRASSI. Trovate maggiori dettagli nel suo profilo.

4 gennaio 2016



Ristampa per "LA JUVE OSCURA" di STEFANO BEDESCHI. Visitate il suo profilo per scoprirne di più.

27 ottobre 2015



 

 

20 ottobre 2015



 

DIEGO MARIOTTINI entra da oggi a far parte del nostro gruppo. Visitate la sua pagina per scoprirne di più

17 ottobre 2015



Nuovo sito per il nostro LORENZO LONGHI, visitate la sua pagina per scoprirne di più,

11 ottobre 2015



 

 

1 ottobre 2015



 

Benvenuto a SIMONE GALEOTTI, da oggi entra a far parte del nostro gruppo.

18 luglio 2015



E' uscito "IL TORDO E LA SASSATA" l'ultimo libro di ANDREA BACCI

La storia del primo anno e del primo campionato di calcio dell'ASD CETONA 1928. Pagelle, personaggi, storie, vittorie e sconfitte, tutte insieme, per descrivere il calcio vero, quello che non racconta mai nessuno.

2 luglio 2015



“HO SCOPERTO DEL PIERO”, LA STORIA DI VITTORIO SCANTAMBURLO

Esce il nuovo libro di Alberto Facchinetti, con la prefazione di Alessandro Del Piero, sul mitico osservatore del Padova Calcio che ha portato al professionismo oltre 70 giocatori

15 giugno 2015



 

 

13 maggio 2015



 

 

4 maggio 2015



Esce per Bradipo Libri il nuovo libro di Alessandro Bassi :"1915 dal football alle trincee". Nella pagina a lui dedicata trovate la presentazione.

19 aprile 2015



Stefano Bedeschi ha appena pubblicato il suo nuovo libro, si tratta della terza parte di "DI PUNTA E DI TACCO"

8 marzo 2015



 

Vi segnaliamo, con un pò di ritardo l'articolo apparso il 3 gennaio su "Cronache del Garantista" con il racconto del nostro MARCO BALLESTRACCI presente in GOL MONDIALI.Clicca qui per leggere

4 febbraio 2015



Il CORRIERE DELLO SPORT recensisce GOL MONDIALI e parla di scommessa vinta da parte di SPORT IN PUNTA DI PENNA. I ragazzi del gruppo possono essere orgogliosi. Citazione speciale per RICCARDO LORENZETTI.

24 gennaio 2015



Golmondiali verrà presentato a Roma lunedì prossimo. Secondo appuntamento, primo della colonna romana del gruppo, per il libro collettivo. Marco Ballestracci, che di romano ha ben poco, ancora presente.

22 gennaio 2015



 

Da oggi MICHELA LANZA entra a far parte del gruppo Sport in Punta di Penna. Nella sezione a lei dedicata, trovate: biografialibri pubblicaticontatti

19 gennaio 2015



Vi proponiamo la recensione di "GOL MONDIALI" di Annalisa Celeghin uscita il 29 dicembre scorso su: Nuova Venezia, Mattino di Padova, Tribuna di Treviso, Corriere delle Alpi

8 gennaio 2015



 Esce per Edizioni inCONTROPIEDE, "Gol Mondiali", il primo libro di "Sport in punta di penna"

Gol Mondiali ripercorre, attraverso diciotto racconti di fantasia di altrettanti Scrittori di sport, la storia della Coppa del Mondo da Uruguay 1930 a Brasile 2014. Ognuno degli autori ricorda un gol mondiale e racconta una storia, che da quel gol prende vita o di cui quel gol è solamente sfondo. Nel libro le immagini delle partite e delle reti si intrecciano con la fantasia degli scrittori. Nella parte conclusiva di Gol Mondiali il lettore rivivrà invece Brasile 2014, grazie ad un piccolo esperimento di scrittura collettiva. Però per scoprirlo bisogna acquistare il libro, eh.
Poi un’altra cosa, che per tutti noi è un orgoglio. La prefazione del libro è firmata da Giancarlo De Sisti. Il suo scritto – scarpini al chiodo, Picchio è stato anche giornalista – è molto bello.

Per acquistarlo: clicca qui

3 dicembre 2014



Nuova uscita per il nostro MARCO BAGOZZI

19 ottobre 2014



Il nuovo libro e primo romanzo di Luigi Guelpa, esce in tutta Italia.

Un giornalista italiano torna nello Zaire, nel cuore dell’Africa più nera  e attraente, quarant’anni dopo “Rumble in the Jungle”. Per raccogliere i retroscena della sfida epocale tra Alì e Foreman dovrà fare i conti con due compagni d’avventura piuttosto estemporanei: Pierre Ndaye  Mulamba, un centravanti quasi assassinato all’imbrunire, e Sika una ragazza sensuale e misteriosa, quasi letale. “Rumble  in  the Jungle” è un romanzo breve che vi porterà direttamente a Kinshasa in quel 30 ottobre del 1974, accompagnati da un autore che conosce bene l’Africa.

6 ottobre 2014



 

 

12 settembre 2014



ARRIGO. La Storia, l’idea, il consenso, la fiamma. Esce il nuovo libro di Jvan Sica per Edizioni inCONTROPIEDE

Esce in queste ore il quarto libro di Edizioni inContropiede. Il titolo è “Arrigo” ed è un romanzo di Jvan Sica, probabilmente il lavoro più importante della sua carriera di scrittore, che racconta l’uomo e l’allenatore Sacchi come nessuno prima lo aveva mai fatto. Il volume fa parte della collana Sudamericana, la più importante collana della giovane casa editrice di letteratura sportiva.

8 settembre 2014



 

 

27 luglio 2014



 

Diamo il benvenuto a GIUSEPPE OTTOMANO, nuovo scrittore che entra a far parte del nostro gruppo. Nella pagina a lui dedicata trovate biografia, pubblicazioni ed i suoi contatti.

16 giugno 2014



E' uscito il nuvo libro di Stefano Bedeschi su Platini, dal titolo "Pane e fois gras".

Questo libro ripercorre le prodezze di Platini, ossigeno per gli amanti del calcio, non solo juventini. Non solo per noi, fortunati che abbiamo vissuto in presa diretta il suo tempo, ma anche per chi è giovane oggi, a testimonianza che c’è stato un tempo in cui il calcio era gioia, era sogno, era bellezza. Era poesia..

5 giugno 2014



Nuova pubblicazione : Lorenzo Longhi ha il piacere di presentarvi la sua ultima uscita: " Brazil - vocabulário do futebol". Un manuale minimo di calcio brasiliano in circa 200 voci, dalla A alla Z, in un viaggio semiserio tra fuoriclasse e bidoni, squadre e tornei, modi di dire e curiosità, musica e aneddotica del futebol.

26 maggio 2014



 

Mercoledì prossimo 21 maggio, la F.I.F.A. compie gli anni (110), Alessandro Bassi per l'occasione ha scritto un breve pezzo sulla sua nascita.

1904: NASCE LA F.I.F.A.

alessandro bassi

La F.I.F.A. (Fédération Internazionale de Football Association), venne fondata il 21 maggio 1904 a Parigi.


Fu il giornalista francese Robert Guérin che a cavaliere tra '800 e '900 ebbe l'idea di costituire una confederazione che avesse lo scopo di regolamentare l'attività internazionale delle federazioni, oltre a pensare a giocare un vero e proprio campionato del mondo. Ne parlò con il presidente della federazione olandese, Hirschmann, il quale lo indirizzò al presidente della Football Association, Sir Frederick Wall il quale, ascoltato il francese, declinò l'invito. Stesso risultato Guérin ottenne due anni dopo, quando a bocciargli l'idea fu Lord Kinnaird, ma il giornalista francese non si diede per vinto e se non poteva avere le federazioni britanniche avrebbe ad ogni modo potuto coinvolgere da subito le altre associazioni europee. Così il 21 maggio 1904 presso la sede della Federazione francese in Rue Saint-Honoré 229 a Parigi venne sottoscritto l’atto costitutivo della F.I.F.A., firmato dai rappresentanti di sette associazioni calcistiche nazionali:


- Union des Sociétés Françaises de Sports Athlétiques (USFSA) per la Francia;
- Union Belge des Sociétés de Sports (UBSSA) per il Belgio;
- Dansk Boldspil Union (DBU) per la Danimarca;
- Nederlandsche Voetbal Bond (NVB) per I Paesi Bassi;
- Madrid Football Club per la Spagna;
- Svenska Bollspells Förbundet (SBF) per la Svezia;
- Association Suisse de Football (ASF) per la Svizzera.


Due giorni dopo, il 23 maggio, si tenne il primo congresso della F.I.F.A. durante il quale venne eletto come primo presidente, ovviamente, Robert Guérin il quale rispolverò l'idea di un campionato per Federazioni nazionali, ma poiché le Federazioni iscritte erano soltanto europee, propose l'istituzione di un Campionato europeo per club. Probabilmente in anticipo sui tempi, la sua proposta ricevette molti complimenti ma quando fu il momento di formalizzare l'adesione nessuna squadra lo fece. L'organizzazione, voluta come detto fortemente da Guérin, si fondava su uno statuto semplice, che prevedeva il riconoscimento reciproco delle federazioni partecipanti, l'adesione ad un sistema di regole univoche rappresentate da quelle codificate dall'International Board – quindi quelle utilizzate dalla Football Association.


Per i primi anni la Federazione rimase, come si è detto, un’associazione prettamente europea, occorreva dare forma alla associazione creando federazioni nazionali che operassero come vere e proprie rappresentanze nazionali e l'attività della F.I.F.A per i primi anni fu rivolta proprio a questo. Intanto, però, il vero obiettivo di Guérin era quello di convincere gli inglesi ad entrare nella Federazione, pertanto, non abbattuto dai precedenti fallimenti, fece un nuovo tentativo con la Football Association. I tempi evidentemente erano maturi: un anno prima, l'8 aprile 1904 Francia e Gran Bretagna firmavano un patto di reciproco riconoscimento delle rispettive sfere di influenza coloniale, patto che sarebbe passato alla storia come Entente cordiale, il primo decisivo passo che segnava la ripresa delle relazioni pacifiche tra i due Stati. Forse questo accordo non c'entrò nulla, forse sì, fatto sta che nel 1905 Mr. Woolfall, nuovo presidente della Football Association, accettò l'invito di Guérin e così il 1°aprile 1905 Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda aderivano ufficialmente alla F.I.F.A., alla cui presidenza un anno dopo sarebbe salito lo stesso Woolfall.


Le prime nazioni extra europee ad affiliarsi furono il Sud Africa nel 1909-10, l’Argentina e il Cile nel 1912 e gli Stati Uniti nel 1913. E l'Italia? L'anno di affiliazione alla F.I.F.A. della nostra federazione – all'epoca ancora Federazione Italiana del Football – è il 1905, quando alla guida c'è il presidente degli industriali milanesi Giovanni Silvestri.


Il primo evento calcistico organizzato dalla F.I.F.A. fu il torneo di calcio delle Olimpiadi di Londra del 1908, il primo ufficiale, dove parteciparono Gran Bretagna, Francia (con due rappresentative), Danimarca, Svezia e Olanda, e, neanche a dirlo, la vittoria andò alla Gran Bretagna, che in finale vinse 2 – 0  contro la Danimarca.

19 maggio 2014



Nuova uscita: un volumetto tascabile che forse interesserà a qualcuno."Aneddoti dei Mondiali di calcio". Marco Impiglia lo presenterà a Roma il prossimo 4 giugno alla libreria "Pagine di Sport" (nella nostra pagina eventi trovate i dettagli), ma dal 19 di questo mese sarà già in vendita alla Feltrinelli e in tutti gli Ipercoop della Toscana.

14 maggio 2014



 

In concomitanza con l'uscita della sua nuova pubblicazione, "Campo per destinazione - 70 storie dell'altro calcio", CARLO MARTINELLI entra a far parte del gruppo. Nella sezione a lui dedicata trovate biografia, libri e contatti.

9 maggio 2014



 

New Entry nel gruppo: MARCO BAGOZZI

23 marzo 2014



 

Vincenzo Paliotto ha il piacere (se è possibile) di presentarvi la sua nuova pubblicazione, come sempre edita dalla Urbone Publishing, dal titolo Stasi Football Club. Il calcio al di là del muro, il primo di una serie di instant-book del nuovo progetto editoriale della collana Offside.

2 marzo 2014



 

New Entry nel gruppo: PIER FRANCESCO POMPEI

15 febbraio 2014



E' uscita la seconda edizione aggiornata di: "Doriani d'Argentina" di Alberto Facchinetti

26 dicembre 2013



 

New Entry nel gruppo "Scrittori di Sport": RENATO FAVRETTO

17 dicembre 2013



 

Siamo al progetto!
Possiamo dire (con sommo piacere, si dice così giusto?) di aver posto le basi per un libro comunitario che unisca in una sola quarta di copertina tutti gli scrittori del gruppo “Sport in punta di penna”.
Il libro percorrerà la storia dei Mondiali di calcio (c’è Brasil 2014) attraverso racconti di fantasia legati ai gol realizzati durante gli eventi. 
Da sportivi in punta di penna abbiamo chiesto a tutti i nostri (indomiti) di ricordare un gol mondiale e collegarne una storia, che da quel gol prende vita o di cui quel gol è solamente sfondo.
L'obiettivo finale è realizzare un libro in cui immagini delle partite e dei gol si intrecciano alle fantasie di ognuno di noi.
Vi terremo aggiornati.

29 novembre 2013



 

autore - jvan sica

22 giugno 1982
Lioni, ore 21.20

URSS-Nuova Zelanda 3-0 (Gavrilov, Blochin, Baltacha)

Egregio Presidente del Consiglio di Ministri On. Giovanni Spadolini,

sono Nicola Fusco, ho 35 anni e vivo a Lioni. Faccio il ferroviere e ogni giorno copro la tratta Napoli-Avellino-Salerno. Mi scuso se vi scrivo queste cose ma volevo presentarmi.

Come voi ben sapete due anni fa il nostro territorio dell’Irpinia è stato devastato dal terribile terremoto del 23 novembre 1980 e in particolare Lioni, il mio paese, ha subito danni molto gravi e ci sono stati molti morti.

Vi scrivo per portare alla vostra attenzione una cosa non troppo piacevole. Come dicevo, sono passati due anni dal terremoto e molte famiglie, tra le quali la mia, vivono ancora nei container messi a disposizione dalla Regione e dal Governo. Di questo noi vi ringraziamo davvero tanto, ma due anni sono duri da passare nei container per una famiglia con bambini e vecchi.
Se pensate alla mia situazione, io tengo due bambini piccoli, Giovanni di 8 anni e Veronica di 5, e ho con me anche mia mamma, Anna, che ha 80 anni. I bambini hanno una bronchite cronica ormai, perché a Lioni d’inverno fa molto freddo e d’estate nei container ci puoi entrare solo di notte per il caldo che fa. Adesso che vi sto scrivendo sono le nove passate e le famiglie sono ancora tutte fuori a vedersi la partita dei Mondiali. Solo io sono rientrato in casa per battere a macchina questa lettera, ma veramente, vi giuro, non si può stare.

Con questa mia lettera non voglio dare la colpa a voi, lo so che voi del Governo state facendo tutto quello che si può fare, ma la situazione qui sta diventando veramente insopportabile. Vi scrivo con il cuore in mano perché voi siete una persona perbene e posso assicurare che io e tutta la mia famiglia abbiamo sempre votato per i Repubblicani, un partito che qui nell’avellinese si è sempre dimostrato disponibile e presente.

Vivere nei container è difficile non soltanto per i problemi di caldo, freddo e umidità, ma perché io e quelli che sono nella mia stessa condizione ci sentiamo persone di serie B, cittadini di serie B, e questo ci fa arrabbiare. Le voci che corrono nel paese è che in altri posti d’Italia, dove sono successe disgrazie come quella che è successa a noi, le cose sono state fatte con maggiore velocità e tutti si sono preoccupati di trovare subito una casa decente a quelli che in pochi secondi hanno perso tutto.

Il grande guaio di essere vittime di un terremoto così grave non è soltanto l’aver perso il parente, l’amico, cose per carità dolorose, ma anche per quelli che restano vivi il dover vivere come i cani, non fa sicuramente piacere. Non so se capite quello che intendo.

Noi non chiediamo una casa grande e moderna, a noi ci basta una casa popolare, anche piccola, dove però non soffriamo tutti i problemi che abbiamo in questi container. Vi dicevo prima che i problemi non sono solo il freddo e il caldo, ma anche la mancanza di spazio, i problemi di drenaggio delle acque, i problemi nei bagni, per gli attacchi delle cucine, i problemi alla rete elettrica e a quella fognaria. Il problema è generale e nessuno può e deve chiudere gli occhi di fronte a questa situazione.

Come detto, io mi rivolgo a voi perché siete una persona limpida e pulita, in mezzo ad una politica italiana, anche locale, che sta combinando casini ogni giorno. A voi che adesso siete il Presidente del Consiglio dei Ministri e avete per fortuna il posto che vi meritate, noi di Lioni vi chiediamo di intervenire e di farci andare via presto dai container che ormai per tutti noi sono diventati un inferno.

Con grande stima, il vostro elettore Nicola Fusco



  MILAN STORY, LA LEGGENDA ROSSONERA DAL 1899 AD OGGI 

Edizioni della Sera
2013

Un'antologia di storie milaniste che abbraccia quasi l'intera storia del club rossonero: c'è Liedholm, capitano del Milan che piegò la mitica Honved di Puskas, il tenente Erminio Brevedan, giocatore rossonero degli anni '10, caduto sul Monte Piana durante la Grande Guerra, e Fernando Valletti, mediano anni '30 che uscì vivo, grazie al calcio, da un lager nazista. Immancabili le bandiere milaniste: Rivera, fresco di stella, e Baresi, capitano che ha attraversato trionfi e momenti meno esaltanti nella sua carriera rossonera. Hateley e Novellino, Virdis, Van Basten, Savicevic, Weah, Jordan e Antonelli: protagonisti di pagine vincenti e di disfatte storiche (il tracollo di Istanbul 2005 su tutte). Poi Paron Rocco e Beppe Viola, Albertosi, Seba Rossi e Capra, il "giocattore" Pastore, Ganz e l'autogol all'ultimo secondo, il pallonetto di Borgonovo nella notte di Monaco, Lupetto Mannari al Bernabeu nell'unico giorno di vera gloria della sua carriera, la sfida infinita di Belgrado, big bang iniziale del Milan di Sacchi.

RECENSIONE
Presentato a Milano, alla HAll of Fame nei pressi del teatro Nazionale, «Milan Story», il nuovo libro di Sergio Taccone. Taccone, giunto alla sua quinta pubblicazione, ha compiuto un viaggio nell’ultracentenaria storia della squadra rossonera in cui si incrociano personaggi e vicende straordinarie, alcune avvolte dal velo dell’oblio e che spesso vanno al di là del calcio, sfociando nella storia del Novecento. Milan Story è un’antologia di racconti che abbraccia oltre un secolo, dal 1901 ai giorni nostri. Tra le storie più significative, quella del tenente Erminio Brevedan, giovanissimo giocatore del Milan degli inizi del 1900, caduto nella Prima Guerra mondiale nella battaglia del Monte Piana. Raccontata anche la storia di Fernando Valletti, mediano rossonero degli anni ’30, deportato in un lager nazista da dove uscì vivo, salvando parecchi detenuti, grazie al calcio. Taccone rievoca anche la mitica Honved di Puskas che giocò contro il Milan a ridosso della «rivoluzione ungherese del ‘56» e la prima volta di una squadra di calcio italiana oltre la «Cortina di Ferro». Si tratta in tutto di 40 racconti brevi che hanno come protagonisti vere e proprie bandiere del calcio come Gianni Rivera e Franco Baresi; pietre miliari del giornalismo italiano come Beppe Viola, e tecnici di grande spessore umano come Nils Liedholm e Nereo Rocco. Alla presentazione, oltre all’autore, era presente anche Davide Garofalo, giornalista collaboratore di Sky, e l’editore Stefano Giovinazzo. Tutte le copie del libro sono state prenotate, a conferma del fatto che la letteratura sportiva ha un buon seguito in Italia. Taccone già nel 2011, ha ottenuto il premio Coni per la letteratura sportiva.
Salvatore Marziano, La Sicilia, 27.01.2013

 



E' USCITO IL NUOVO LIBRO DI ANDREA BACCI

MUHAMMAD ALI'. STORIA DI UNA RIVOLUZIONE - Leggenda e storiografia del piu' grande

Ultra Sport, pp. 287, € 18.50, Giugno 2013

Muhammad Ali, conosciuto anche come Cassius Clay, non è solamente ricordato come l’atleta più famoso al mondo, ma è anche uno dei pochissimi esempi di campione che è riuscito a incidere profondamente nella cultura, nella società e nella storia del suo tempo, tanto da essere unanimemente considerato come il personaggio della storia dello sport più riconoscibile a livello mondiale. Questo libro racconta la vita e la carriera di quello che è anche uno dei pugili più forti della storia, la sua è la vicenda umana di un ragazzino nero cresciuto nell'America razzista che si inventa campione di boxe, affina le grandi risorse fisiche naturali e ci aggiunge l'invenzione di presentarsi al pubblico come personaggio vero e proprio, esuberante, sopra le righe, spesso rasentando l'antipatia e l'odio da parte di chi lo ascolta. Il libro che ne racconta minuziosamente vita e carriera non è solo la lunga cavalcata dei suoi incontri, delle sue incredibili e talvolta discusse vittorie, del suo tornare a essere campione del mondo anche dopo una ingiusta e lunghissima squalifica per aver detto "no" all'esercito americano e all'assurda guerra del Vietnam, ma anche la ricerca, quasi ossessiva, della spiegazione della sua Rivoluzione, ossia di quella leggenda sportiva e non che gli aleggia intorno. Muhammad Ali è stato un personaggio che ha trasceso i ristretti ambiti della sua disciplina sportiva per entrare nella storia vera e propria a cavallo tra il XX e il XXI secolo. E' l’atleta, se non più forte, sicuramente più conosciuto e importante della storia. In poche parole: il Più Grande.



 

“2 GIUGNO 1962: LA BATTAGLIA DI SANTIAGO” - DI ALBERTO FACCHINETTI
Urbone Publishing, maggio 2012

La Battaglia di Santiago - la partita che Cile e Italia disputarono al Mondiale di calcio nel 1962 - è un ricordo che compie oggi cinquant’anni. Malgrado non possa essere considerata alla stregua della partita del secolo, la gara è rimasta nella memoria di cileni e italiani, allora semplicemente ragazzi innamorati del pallone.

Qualche anno fa lo scrittore cileno Luis Sepúlveda, mentre presentava un suo nuovo libro in Italia, accennò a quell’episodio: “Avevo 12 anni, quando si disputò il Mondiale del 1962. In Cile era un grande avvenimento perché per la prima volta c’era la tv. Nata per il calcio… La mia famiglia non possedeva il televisore e mio padre convinse il padrone del bordello accanto a casa nostra, che ne aveva uno, a ospitare noi ragazzini del quartiere per vedere le partite. Quella fu anche la prima volta che entrai in un bordello. Il mio ricordo: un mucchio di bambini che cantavano l’inno nazionale cileno. Davanti alla tv, davanti alle prostitute”.

La televisione cilena, nata soltanto qualche anno prima con alcuni rudimentali esperimenti, trasmise la gara in diretta. Il 2 giugno 1962, alle ore tre del pomeriggio, tutta la capitale guardava la partita. Chi non si trovava sugli spalti dello stadio Nacional di Santiago, era davanti alla tv.

Ce l’ha ancora in mente, la Battaglia di Santiago, anche Eduardo “Mono” Carrasco. L’artista cileno, che faceva murales per appoggiare Salvador Allende, vive in Italia dal 1974 quando fu costretto dalla dittatura di Pinochet a lasciare il suo paese. “Avevo otto anni – mi ha raccontato – e allora vivevo con la mia famiglia nel quartiere dello stadio. Proprio a un chilometro dal Nacional, dove spesso si andava a giocare in uno dei tanti campi dell’impianto sportivo. In quegli anni si viveva il quartiere in maniera diversa da oggi, si scendeva in strada e quando c’erano le partite ci si riuniva. In casa non avevamo il televisore, che arrivò soltanto qualche anno dopo. Di quella partita ricordo le urla che arrivavano dal campo, e poi i festeggiamenti per le strade. Spesso le porte dello stadio venivano aperte nel secondo tempo, ma quella volta per Cile-Italia no. C’era già troppa gente.

C’era un clima di grande festa in paese, alimentato anche dal governo Alessandri, che come sempre accade tentava di nascondere i problemi usando il pallone come strumento”.

Una volta in Italia “Mono” ha conosciuto Bartolomeo Vaccarezza, un ex partigiano di Chiavari che nel dopoguerra si era trasferito in Cile alla ricerca di un lavoro. Qui fece fortuna come imprenditore, diventando anche un importante dirigente della squadra Santiago Wanderers e avendo pure un ruolo operativo nell’organizzazione di quella Coppa Rimet. Ritornato in Italia, anche lui espulso dal Cile nei Settanta, per essere stato un militante comunista, ebbe modo di parlare con Carrasco di quella partita. La testimonianza di un italiano, che nel 1962 viveva in Cile. “Allora ho tifato per il Cile, ma sono rimasto un po’ scosso dopo la partita. Perché vinta la gara, tutti i cileni continuavano a dire di aver sconfitto l’Italia 2-0, senza però tenere conto di tutto quello che era successo in campo”. La figlia di Bartolomeo, morto nel 2008, conferma la testimonianza riportatami da Carrasco. “Nel 1962 – mi dice Aurelia Vaccarezza - ero molto piccola e i ricordi di quel giorno sono molto vaghi. Mi ricordo soltanto la grande amarezza di papà. Era un uomo conosciuto da tutti e fu bersagliato da amici, conoscenti, e anche da gente che non conosceva affatto, talvolta pure con toni forti. Quando parlava di quella partita, diceva sempre che inizialmente aveva sperato in un pareggio. Poi però, dopo la tensione che si era creata a causa dei giornalisti italiani, il suo tifo andò alla squadra cilena. Infine dopo aver visto in campo quella battaglia, si schierò in difesa della squadra italiana. Mio padre visse quella partita in maniera conflittuale”.

Mentre presentavo il mio primo libro Doriani d’Argentina, ho avuto l’occasione di conoscere il cileno Rodrigo Diaz. In Italia anche lui dal 1974, è da molti anni il direttore del più importante festival di cinema latino americano in Europa. Forse l’idea di scrivere questo libro, è nata proprio durante quella chiacchierata. “Vivevo nel barrio Lo Vial, comune di San Miguel ma ancora provincia di Santiago – mi ha raccontato Rodrigo. Il sindacato dei lavoratori aveva dotato la palestra del quartiere di tre o quattro televisori, apposta per seguire il Mondiale. Il pomeriggio di quel 2 giugno volli esserci anch’io. Avevo 12 anni e ci andai con i miei amici, mia mamma era al lavoro e non avevo nessun parente con un televisore in casa. Ho ancora negli occhi la gente presente e i festeggiamenti che si fecero dopo. Le televisioni erano piccole, quindi seguimmo la gara soprattutto a livello emotivo. Ma ricordo bene la teatralità dei calciatori italiani: in campo qualche botta se la saranno pure presa ma siccome non riuscivano a reagire con il gioco, visto che non ne avevano, cercarono sistematicamente di ingannare l’arbitro con simulazioni”.

Horacio Duran, uno dei leader degli Inti Illimani Historico, mi ha confidato che il 2 giugno 1962 era presente come spettatore allo Stadio Nacional. Aveva un abbonamento che copriva tutte le partite di Coppa Rimet, disputate a Santiago. Con gli Inti Illimani scrisse nel 1982 un racconto sulla Battaglia di Santiago, per il libro Il calcio è una scienza da amare. Raccontarono cosa significò per loro, una volta trasferitisi in Italia, quella partita. “Se al nostro arrivo in Italia non avessimo dovuto sospettare con gran sorpresa che gli italiani trasmettono per vie genetiche il loro rancore verso Leonel Sánchez, avremmo dimenticato quella partita come l’hanno dimenticata tutti i cileni. Ma dato che gli italiani appartengono a quella categoria di tifosi che il calcio cercano anche di praticarlo, ci è toccato di ricevere un buon numero di calci e gomitate, dirette tra i denti a Leonel, da parte di ragazzi che all’epoca della partita famosa non erano nati o avevano al massimo uno o due anni. Senatori della Repubblica, vescovi, registi cinematografici ed altri importanti interlocutori, non hanno saputo nascondere un lampo assassino nello sguardo quando, scherzando,insinuiamo che l’arbitro Aston ha sbagliato quando ha evitato l’espulsione a Sánchez, ed è stato invece giusto espellere David e Ferrini, o quando ci azzardiamo a proporre una ritrasmissione della partita che, a distanza di anni, permetterebbe un giudizio più obiettivo sull’accaduto. La partita Italia-Cile del 1962 ha costituito un ostacolo insormontabile per più di una amicizia che avremmo potuto stringere in questa nostra seconda patria, e non sono mancate quelle ragazze che hanno condizionato il loro affetto verso di noi ad una previa condanna dell’operato di Leonel. Siamo arrivati a capire che il marchio d’infamia come cileni è quello di essere compatrioti dell’ala sinistra Sánchez”.

Quelle 38 dichiarazioni d’amore al gioco più bello del mondo che costituivano il corpo del libro, erano stato curate da un giovane politico italiano, con la passione per il calcio e per la scrittura. “Avevo sette anni – mi racconta oggi Walter Veltroni - e ricordo bene quei Mondiali, perché erano i primi che seguivo in modo consapevole. Come tutti i ragazzini di quella età non stavo nella pelle, le settimane precedenti. La televisione stava entrando sempre di più nelle case degli italiani, era l’estate del Cantagiro, e a proposito di Giro e di ciclismo ero appena rimasto incantato, alla Tv, di fronte alla prima edizione del Processo alla tappa di Sergio Zavoli. Quei Mondiali nascevano sotto buoni auspici, per la Nazionale italiana. A me bastava un nome, per cullare il sogno, anzi la quasi certezza, che avremmo fatto sfracelli: Omar Sivori. Di quei novanta minuti, poi, ricordo la sensazione di sbigottimento, per me che ogni partita di calcio la vivevo come una festa. Falli a ripetizione, risse in campo, l’arbitro inglese che caccia via due azzurri, Ferrini e David, mentre chiude un occhio, se non tutti e due, sulle entratacce e le provocazioni dei cileni, a cominciare dal pugno in faccia che Sánchez affibbiò al nostro Maschio, uno dei tanti oriundi di quella Nazionale. Il risultato, due a zero per il Cile, rappresentò solo l’ultimo brutto aspetto di una giornata da dimenticare, di un Mondiale da archiviare, di un’attesa lunga quattro anni da mettere in conto. Un tempo che ricordo mi parve insopportabile: quattro anni prima di vivere di nuovo un campionato mondiale di calcio, l’avvenimento sportivo più bello che ci potesse essere, per un ragazzino della mia età”.

In Italia la partita non fu trasmessa in diretta televisiva. Nei mesi precedenti alla Coppa, alcuni tecnici europei specializzati nel settore, avevano raggiunto il Sud America per capire se sarebbe stato possibile organizzare le dirette tv per il vecchio continente. Niente. E così gli italiani si accontentarono della radiocronaca, questa sì in diretta, e della trasmissione della partita 50 ore dopo il match. Questo perché non essendo possibile la trasmissione via satellite, i filmati venivano montati a Santiago e trasferiti in aereo, passando da Londra via New York, a Zurigo e Francoforte. Per essere finalmente immessi nel circuito dell’Eurovisione. Se dunque la radiocronaca, fatta da Nicolò Carosio, passò in Italia alle ore 20 del giorno della festa della Repubblica italiana, la partita in tv venne vista alle ore 22 di lunedì 4. Con telecronaca di Nando Martellini, che commentò già sapendo il risultato. Tanto che al 74esimo minuto, prima del calcio di punizione che porterà al primo gol del Cile, anticiperà ai telespettatori che “su questa punizione crollano le possibilità di portare a termine lo zero a zero”.

La sera del 2 giugno sul Programma Nazionale gli italiani videro invece la partita contro la Germania Occidentale. Quindi quando in tv passarono la prima gara del Mondiale dell’Italia, per paradosso gli azzurri avevano già preparato le valigie per tornare a casa. Perché era chiaro ormai che la terza ed ultima gara del girone, quella contro la Svizzera, sarebbe risultata ininfluente.

Per anni è stato quasi dimenticato che in Italia la Battaglia di Santiago non venne vista in diretta. I ricordi sono ben impressi nella testa di chiunque abbia vissuto quella partita, ma a volte risultano, come è logico che sia, un po’ sfocati. Fu Gian Paolo Ormezzano nella sua Storia del Calcio di fine anni Settanta a ricordarlo ai lettori. Lo stesso Ormezzano mi ha confessato di aver spento il televisore dopo sette minuti. “Io sono stato tifosissimo del Grande Torino, ed espulso Ferrini per me la partita perse di ogni interesse”.

Daniele Protti, oggi direttore dell’Europeo, allora era un diciassettenne che amava il pallone e viveva nella sua città natale, Mantova: “Ricordo la radiocronaca – mi ha raccontato - e si capiva che su quel campo lontanissimo dall’Italia si stava giocando qualcosa di diverso da una partita di calcio. Perché era una sequenza pressoché ininterrotta di falli (dei giocatori cileni) e un nome mi rimase subito impresso: Leonel Sánchez che menava e menava, e spaccò il naso con un pugno al nostro Maschio”.

Anche Gianfranco Civolani, non ancora un giornalista affermato nel 1962, non può dimenticare le parole del radiocronista siciliano: “Ricordo la radiocronaca di Carosio, che ne disse di tutte su quell’arbitro inglese parziale e fazioso”. Un giorno passeggiando per le strade di Milano con Roberto Beccantini, ho volutamente tirato in ballo la partita di Santiago. Mi interessava sapere cosa ne pensasse il giornalista. Roberto ha immediatamente recitato come una filastrocca: “Escuti, Eyzaguirre, Navarro, Contreras, Raúl Sánchez, Rojas, Ramírez, Toro, Landa, Fouilloux, Leonel Sánchez”. Ero sbalordito, si ricordava a memoria la formazione del Cile, non quella dell’Italia. “Allora avevo undici anni e mezzo e una grande memoria. Così come so a memoria gli undici del Real Madrid che batterono la Juve, sempre nel 1962: a volte le sconfitte ti restano in testa più delle vittorie. Quella di Santiago fu la prima rissa che ebbi modo di vedere in tv, vidi le provocazioni dei cileni, e noi che abboccammo”. DellaBattaglia diSantiago ne ho discusso anche con Rino Tommasi, che a Santiago ci andrà invece nel 1976, per la contestata Coppa Davis vinta dalla Nazionale italiana di tennis. “Nel 1962 vivevo già a Roma, e ho visto la partita comodamente a casa mia, in tutta tranquillità. Me la ricordo bene. Ero già vecchio – scherza Tommasi - avevo 28 anni e facevo l’organizzatore di incontri di pugilato, cosa che mi ha ritardato l’entrata nel mondo del giornalismo. A Santiago abbiamo fatto di tutto per buttarla in rissa, ma non ci conveniva e così siamo stati penalizzati. Abbiamo completamente perso la testa”.

Nel 2007 anche Edmondo Berselli scrisse della partita in Adulti con riserva - Com’era allegra l’Italia prima del ‘68. Ed è proprio con lui - se n’è andatonel 2010 prima che potessi chiedergli un ricordo - che mi piace chiuderequesta introduzione: “Avevamo appena cominciato a respirare, a farciqualche regalino, a guardare con timido ottimismo all’avvenire. Per icampionati mondiali del 1962 in Cile avevamo perfino comprato latelevisione nuova, con un’antenna esterna posta su un palo della vignaaccanto a casa, che tuttavia risultava troppo bassa e non prendevabenissimo. Certo non avevo assorbito facilmente la terribile delusione della spedizione italiana che si era conclusa nella vergogna e nella disperazione.Ma il piacere di vedere la partita della Coppa Rimet seduto nel tinello dicasa, talvolta con un paio di amici e una minestra preparata per tutti,prevaleva sulle disgrazie della nazionale azzurra”. 

FONTE: “La Battaglia di Santiago – 2 giugno 1962: Cile-Italia 2-0” di Alberto Facchinetti (Urbone Publishing, maggio 2012)



 

Un eroe italiano - di VINCENZO PALIOTTO

 Dopo i disastri fisici e morali provocati dalla Seconda Guerra Mondiale erano poi sopraggiunti anche quelli di natura calcistica. Il nostro paese non conosceva più momenti di gloria da ormai troppo tempo e ormai in troppe direzioni. L’orgoglio italiano, non soltanto quello paventato e forse inopportunamente sbandierato dagli impavidi del fascismo, latitava paurosamente, senza uno spiraglio di soddisfazione e di ripresa. Del resto anche nel football, come detto, sembravano lontanissimi i tempi in cui l’Italia raccolse per due volte lo scettro iridato in due edizioni consecutive della prestigiosa Coppa Rimet, dominando in un mondo del pallone che in qualche modo, in virtù di un articolato linguaggio sociale ed economico, voleva in una certa qual misura stare a significare anche lo stato di salute di un paese. In ogni caso, avevamo anche noi bisogno di qualche eroe a cui affidare la riscossa dei valori italici, ma possibilmente un eroe dal nome e cognome e dal volto italiano. Un campione nostrano, senza ricorrere alla scorciatoia degli oriundi, andando a pescare in polverosi archivi anagrafici di provincia delle insospettabili parentele con i maestri provenienti dal Sudamerica. In un certo senso i fuoriclasse stranieri andavano bene per le domeniche calcistiche degli italiani, ma rimpinguavano soltanto le bacheche dei nostri club, mentre la Nazionale collezionava troppe brutte figure in serie, anche contro avversari sconosciuti e lontani dalle consolidate logiche del pallone, così come avvenne nel 1966 a Middlesbrough contro la Corea del Nord, che ci buttò fuori dalla Coppa del Mondo in modo clamoroso per un gol di un insospettabile dentista dal nome impronunciabile di Pak Doo Ik, a capo di una squadra che qualcuno con infondato sarcasmo definì di “ridolini”. La storia dell’Italia calcistica aveva improvvisamente toccato il fondo di un rendimento, diventato troppo incostante e troppo poco valido per essere vero nel proscenio internazionale. Erano tempi in cui d’altronde la ferita all’amor patrio si avvertiva più profonda e reale che in altri periodi storici. Il ciclismo in parte riconsegnava dignità al morale nazionale, ma gli italiani privilegiavano, anche se non in maniera del tutto palese, il calcio e con il pallone di cuoio volevano riacquistare la loro credibilità.

Fortunatamente dalla triste nebbia di Leggiuno, paesino del varesotto, ai margini della regione lombarda, ai confini con i poco graditi cugini elvetici, spuntò il talento di un fuoriclasse tutto italiano, atipico nelle caratteristiche fisiche ed anche nel carattere. Si rivelarono intorno al 1962, infatti, nelle file del glorioso Legnano il talento e la

vocazione calcistica di Gigi Riva, attaccante dal mortifero piede mancino che poi spiccò il volo per Cagliari, dove avrebbe chiuso la sua carriera agonistica dopo 13 lunghi anni di gol e giocate prodigiose. Il calcio italiano finalmente assisteva ad una nuova investitura e consacrazione di un suo campione a diversi e troppi decenni di distanza dagli exploit e dai trionfi di Meazza e Piola, iridati idoli del pallone. Il ciclonico atletismo di Riva, infatti, catapultò il Cagliari nel grande calcio e risollevò le sorti della Nazionale Italiana nel breve giro di poche stagioni. Il centravanti del Cagliari scalò gli indici di preferenza nel calcio italiano, esaltando il suo fiuto per il gol e sfruttando al meglio una non comune forza fisica. Riva perforava le arcigne difese e disarcionava i più rudi marcatori ed avversari diretti, grazie al suo proverbiale sinistro ed al suo coraggio nelle aree di rigore, dove i mastini del calcio degli Anni Sessanta e Settanta non disdegnavano interventi energici, il più delle volte ben al di là dei limiti del regolamento.

In verità non vinse molto Gigi Riva nella sua lunga carriera. Si accontentò di uno Scudetto peraltro storico conquistato a Cagliari nel 1970 e di una Coppa Europa vinta con la Nazionale Italiana nel ’68, ma i suoi successi etici e morali furono molto più numerosi. Immolò per due volte le sue gambe per la causa italiana, riportando due infortuni seri e di enorme gravità, da cui si riprese in entrambe le occasioni soltanto grazie al suo carattere tenace e forte e mai arrendevole. Oltretutto se avesse seguito unicamente le ragioni economiche anziché quelle del cuore Riva avrebbe potuto beneficiare di un conto in banca più ricco e di un palmarès personale colmo di trofei. Ma il suo enorme valore di calciatore, ma soprattutto di uomo gli consentirono di accettare e vincere sfide per altri probabilmente impensabili ed improponibili. Non a caso nel 1973 rifiutò un ingaggio stratosferico da parte della Juventus che proponeva al Cagliari per il suo cartellino un miliardo di lire più la contropartita tecnica di ben 7 calciatori, tra cui Bettega, Gentile e Cuccureddu, che gravitavano nell’orbita della Nazionale italiana.

Gigi Riva riaccese le speranze del calcio italiano ed anche di un riscatto sociale da parte dei suoi tifosi. Con Riva in Nazionale la gente era ritornata in strada a festeggiare sventolando il tricolore come mai era accaduto prima. Non era molto loquace Riva, un’infanzia difficile e la precoce perdita del padre Ugo, morto in un incidente sul lavoro quando il piccolo Gigi aveva soltanto 9 anni, gli procurarono un carattere quasi impenetrabile e difficile da coccolare, quasi come se la natura geografica della Sardegna si fosse scolpita sul suo corpo e dipinta sul suo volto. Del resto il Gigi Riva non ancora famoso e calciatore, quello della tenera età

adolescenziale per intenderci, aveva trascorso molti anni nella rigidità delle imposizioni e della educazione ferrea del collegio. Una vera e propria condanna per lui ricevere una imposizione del genere, un luogo così rigido e scevro di distrazioni per un ragazzo che aveva l’idea di libertà nel cuore e nelle gambe. L’esperienza del collegio segnarono Riva inevitabilmente nel carattere, oltretutto il giovane goleador perse anche l’affetto della madre quando aveva soltanto 17 anni. Tuttavia, anche per la sua proverbiale serietà e per il suo carattere flemmatico Riva conquistò l’amore dei suoi tifosi, non soltanto quelli del Cagliari. Del resto probabilmente ad uno come lui non servivano le parole. Gigi Riva parlava con i suoi gol e con i suoi impagabili gesti atletici. Gianni Brera, che identificava e circoscriveva i suoi eroi della domenica con dei soprannomi e delle descrizioni il più delle volte azzeccate e che identificavano realmente la vera natura del protagonista, gli affibbiò un nome inarrivabile, che quasi si sposava con la natura e la fantasia dei supereroi che tanto andavano di moda negli Anni Settanta, Rombo di Tuono, quasi a presagire il gran gol all’inarrestabile giocata del campione.

TRATTO DA “GIGI RIVA UN EROE ITALIANO” DI VINCENZO PALIOTTO, URBONE PUBLISHING 2012



 

L’utopia calcistica dell’Athletic Bilbao – DI Simone Bertelegni

Quando San Tommaso Moro, nel 1516, pubblicò la sua opera più celebre e per l’occasione coniò il fortunato neologismo «Utopia», si rifaceva all’etimo greco che significa «non luogo», perché l’isola felice da lui descritta semplicemente non esisteva. Il termine è poi passato a significa- re un «modello immaginario di un governo, di un sistema, di una società ideale in cui tutti vivono in perfetta armonia e felicità».
Molto più modestamente, questo libro si occupa di un’utopia calcistica, ma forse il termine è improprio perché l’ideale sportivo che descrivo esiste in tutta la sua concretezza e collocazione geografica, in quel di Bilbao, Paesi Baschi.
L’Athletic Club, l’assoluto protagonista di questo volume, è un’anomalia, o meglio un’isola felice (proprio come quella descritta da Moro) nel panorama calcistico europeo. Un modello sportivo, gestionale ma al contempo sociale e persino culturale che ha evitato ai suoi tifosi dolori e/o umiliazioni patiti da tanti altri calciofili, soprattutto in Italia, a causa di mercenarismo diffuso, incapacità di valorizzazione dei vivai, scandali e crack finanziari, corruzione, svuotamento e deterioramento degli stadi, violenza.
A Bilbao il calcio ha mantenuto intatta tutta la sua essenza romantica, la dimensione festiva e amicale dell’evento. Laddove il calcio è rivalità e settarismo, a Bilbao è invece unità e aggregazione. Insomma, è ancora un gioco, senza che con questo non si faccia sul serio, anzi… L’Athletic compete, senza mai essere retrocesso, in quello che al momento è forse il più spettacolare e difficile campionato europeo, la Liga.
Il club biancorosso è da anni oggetto di attenzione quando non di studio da parte di mezzi di comunicazione, università o semplici tifosi di mezzo mondo. Io stesso gli dedicai, nel 2006, il volume L’ultimo baluardo. Il calcio schietto dell’Athletic Bilbao.
Il presente saggio è una seconda edizione, ma forse sarebbe meglio dire un’evoluzione, di quel testo più fortunato di qualsiasi mia aspettativa.
A chi non avesse letto la precedente versione, mi limito ad augurare una buona lettura.
Ai lettori dell’Ultimo baluardo vorrei invece dedicare qualche parola in più.

Che cosa trovate di diverso in questa edizione rispetto alla precedente? Non nascondo che alcuni capitoli vi risulteranno quasi identici, ma la maggior parte del libro ha subito una revisione attenta e a tratti incisiva.
Innanzitutto, sono stati corretti gli errori e colmate le lacune presenti nella prima edizione e segnalatemi da scrupolosi lettori. In secondo luogo, la nuova edizione è aggiornata e abbraccia un periodo di tempo di circa quattro anni maggiore. Quattro anni intensi, in cui l’Athletic ha raggiunto una finale di Coppa del Re, ha rischiato la retrocessione, ha testato un portiere di origine italiana, ha fatto debuttare in Prima divisione un sedicenne, ha macchiato la propria maglia con un logo pubblicitario e altro ancora. Tutto troverà il dovuto rilievo nelle pagine a seguire.
Infine, ma fatto fondamentale per la godibilità del libro, ho operato una decisa revisione stilistica: colpi d’accetta alla retorica, maggiore personalizzazione, un’aneddotica più ricca per rendere la storia più succosa e a tratti più divertente, quasi romanzesca.
Credo però di non aver eliminato del tutto uno dei difetti imputati alla prima edizione: una certa dose di parzialità. Nonostante qualche limatura, anche questa versione risulterà piuttosto schierata. Non posso farci niente: non sono nato tifoso dell’Athletic, lo sono diventato perché, dopo averne studiato i meccanismi, li ho ritenuti conformi al mio ideale di gestione di una squadra di calcio, e più in generale ai miei ideali sportivi. Insomma, ho aderito al progetto-Athletic e lo propugno. Il lettore attento saprà comunque separare i fatti dalle opinioni e decidere in autonomia se sposare anch’egli o meno l’utopia calcistica biancorossa.
Tutte le vicende narrate, a prescindere dal grado di coinvolgimento emotivo, sono vere, vissute e/o documentate.
Fatta questa premessa, posso augurare buona lettura anche ai miei nuovi lettori.

Fonte: L’utopia calcistica dell’Athletic Bilbao  (Bradipolibri)
Simone Bertelegni.



 

La nascita della Nazionale di calcio (1910) - di alessandro bassi
(Tratto da “Il Football dei pionieri – Storia del campionato di calcio in Italia dalle origini alla Prima Guerra Mondiale edito da Bradipolibri Editore)

Cinque Arbitri  , Umberto Meazza (U.S. Milanese), Gama (F.C. Internazionale), Recalcati (U.S. Milanese), Crivelli (F.C. Ausonia) e Campero (Milan Club) in quattro mesi vararono  quella che doveva essere la prima rappresentativa italiana dei giocatori di calcio. La Commissione selezionatrice impostò una squadra fortemente milanese, se è vero che ben 8 undicesimi dei giocatori provenivano dalle squadre milanesi, con un solo ligure e due piemontesi a completare la formazione. I giocatori della Pro Vercelli – squalificati in seguito ai fatti accaduti in concomitanza con lo spareggio per l'assegnazione del titolo di campione d'Italia di alcuni giorni prima - rimasero esclusi dalle convocazioni.
Il 18 aprile del 1910 vennero rese note le convocazioni dei 28 giocatori tra i quali la Commissione avrebbe dovuto selezionare quelli che sarebbero andati a comporre la squadra della selezione italiana. Vennero formate due squadre:

  1. Probabili: De Simoni (U.S. Milanese); Binaschi (Pro Vercelli), Calì (Andrea Doria); Ara (Pro Vercelli), Milano I (Pro Vercelli) e Leone (Pro Vercelli); Bontadini (Ausonia), Rizzi (Ausonia), Cevenini (Milan Club), Boiocchi (U.S. Milanese), Lana (Milan Club)

  2. Possibili: Pennano (Juventus); Goccione (Juventus), Varisco (U.S. Milanese); Trerè (Ausonia), Fossati (F.C. Internazionale), Colombo (Milan Club); Borel (Juventus), Zuffi II (Juventus), Berardo (F.C. Piemonte), Rampini (Pro Vercelli), Corna (Pro Vercelli)

Riserve ulteriori erano l’half-back di sinistra Caimi (U.S. Milanese), il forward estremo destro Carrer (Milan Club), l’half-back centro Ferraris (Genoa Club), il forward estremo sinistro Marassi (Genoa Club), il forward interno destro Pizzi (U.S. Milanese) e il back Servetto (Pro Vercelli); da rimarcare come nella lista mancassero i giocatori del Torino, poiché la squadra granata aveva chiesto alla Commissione di non convocare i loro giocatori in quanto impegnati in una tournée in Svizzera. A seguito, però, della squalifica dei giocatori vercellesi, la Commissione dovette modificare le due formazioni e chiamò i torinesi Cappello, Capra, Fresia e Debernardi.
Pertanto il 5 maggio le due selezioni si affrontarono con queste formazioni:
Probabili: De Simoni; Varisco, Calì; Trerè, Fossati, Cappello; Bontadini, Rizzi, Cevenini, Boiocchi, Lana.
Possibili: Pennano; De Vecchi, Capra; Colombo, Goccione, Caimi; Borel, Zuffi, Fresia, Berardo, Debernardi.
Vinse abbastanza nettamente la squadra dei Probabili per 4-1, mentre tre giorni più tardi, stando alle cronache dell’epoca, le due squadre si incontrarono ancora una volta, non più nelle stesse formazioni, ma con variazioni approntate dalla Commissione che, a detta dei cronisti, avrebbero provocato uno scadimento generale nella qualità del gioco. Il Corriere della Sera svelò le modalità adottate in gran segreto dalla Commissione circa la scelta dell’undici titolare. Nessun dubbio attorno alla scelta di De Simoni, Varisco, Fossati, Cappello, Debernardi, Trerè e Lana. Discussioni accese invece per quel che riguardava la linea dei forwards, in particolare sulla scelta tra Boiocchi e Marassi, ma la vera battaglia si accese sui nomi dei backs di sinistra: De Vecchi e Calì. Visto che non si riusciva a trovare un accordo, si decise per una votazione, e “vinse” Calì con 3 voti contro 2.
Il primo, storico, incontro si disputò quindi il 15 maggio all'Arena civica di Milano, davanti a più di 4.000 spettatori contro la nazionale di Francia, la quale aveva sfidato gli inglesi a casa loro perdendo 10-1 e che era stata inoltre battuta a Parigi dal Belgio per 0-4. La partita venne organizzata in occasione del VII° Congresso internazionale di football che si tenne proprio a Milano nella primavera di quell’anno. I giocatori italiani indossavano camicie bianche economiche con colletto inamidato, cinque di loro portavano mutandoni neri mentre gli altri sei li avevano bianchi. La formazione fu la seguente:
               De Simoni (U.S. Milanese); Varisco (U.S. Milanese), Calì (Andrea Doria - Capitano); Trerè (Ausonia), Fossati (F.C. Internazionale), Capello D. (F.C. Torino); Debernardi (F.C: Torino), Rizzi (Ausonia), Cevenini I (Milan Club), Lana (Milan Club), Boiocchi (U.S. Milanese)
La Francia si presentava con la maglia a strisce bianco e azzurro e i paramani rossi; arbitro fu Goodley, il quale poté dirigere l’incontro in quanto aveva mantenuto la propria carica di arbitro ufficiale della Federazione inglese.
Dopo tredici minuti Pietro Lana, su passaggio di Boiocchi, firmò la prima storica rete della nazionale italiana, poi Fossati fece il 2-0. Terminò 6-2 per l'Italia, con Lana autore di tre reti e una grande euforia. Così il Corriere il giorno successivo terminava il lungo resoconto dell’incontro:
“(…) una netta vittoria, e meritata, che avrebbe potuto anche essere maggiore. (…) La squadra italiana si attenne (…) ad un gioco basso, raso terra: velocissima sulla palla, instancabile, i suoi continui passaggi snervarono gli avversari e li scombussolarono. Fu questa rapidità di gioco che ci fruttò la vittoria, unita al grande spirito di altruismo di cui diedero prova i forwards, che avanzavano di passaggio in passaggio. Tutti gli italiani vollero superarsi e sono tutti degni di lode.”



 

GRANDE SAMPDORIA - di Maurizio Puppo

Genova, 2 marzo 1947 [...] Bacigalupo, Ballarin, Rosetta, Grezar, Rigamonti, Maroso, Menti, Martelli, Ossola, Mazzola, Ferraris : eccola qua, la formazione del Torino, anzi del Grande Torino, « russ cume ‘l sang / fort cume ‘l Barbera » per Giovanni Arpino.
È la squadra dominatrice del calcio italiano negli anni Quaranta del Novecento [...]. « L’Italia della ricostruzione e della riscoperta della democrazia si rispecchiava in quella squadra, nella sua voglia di lottare, in quelle vittorie che servivano a esorcizzare il trauma della sconfitta catastrofica in cui era stata precipitata dal fascismo », scriverà [...], nel 2005, lo storico Giovanni De Luna [...].
A Marassi, segna per il Torino Romeo Menti, il giocatore a cui sarà poi intitolato lo stadio della sua città, Vicenza. Ma nel secondo tempo la Sampdoria scrive la più bella e davvero indimenticabile pagina della sua primissima giovinezza. Pareggia Bassetto, uno a uno. Si profila, per la Sampdoria, la possibilità di ripetere l’impresa della partita di andata, quando i blucerchiati hanno retto di fronte alla forza dell’avversario e hanno strappato un pareggio, con rete di Baldini. E invece no. Invece accade il miracolo : è lo stesso Bassetto a segnare ancora, a firmare il clamoroso sorpasso. Due a uno. Alla fine sarà vittoria, per tre a uno, con la terza rete segnata da Fiorini. Con una prestazione che i giornalisti Nino Gotta e Pierluigi Gambino definiranno «epica e commovente».
Due anni più tardi, la sera del 4 maggio 1949, un cronista del « Corriere della Sera », Dino Buzzati, partirà in macchina da Milano per raggiungere la collina di Superga, sopra Torino. Lì troverà « nebbia pioggia vento silenzio », il bagliore di una fiamma che sta lentamente spegnendosi e la carcassa di un aereo sfracellatosi sul muro di cinta della basilica.
La sorella del cappellano, accorsa subito dopo il disastro, racconta di aver udito dei gemiti, tra i rottami fumanti. Tra i ragazzi del paese, accorsi a frotte, ve n’è uno che per primo ha capito. « C’è una maglia rossa », ha gridato. Non è rossa, quella maglia, è granata. « Maglie granata, misericordia » - riferisce Buzzati – « Sono quelli del Torino ».
Buzzati assiste al recupero dei cadaveri. « Ad uno ad uno venivano estratti dai rottami, adagiati sull’erba, sotto la pioggia. Sventurati giovani, come erano ridotti : no, no, preferisco non parlare », scriverà sul « Corriere ».
Dopo la tragedia, il Torino disputerà le ultime quattro partite di campionato con la squadra giovanile (e identica cosa sarà fatta dalle avversarie). Alla penultima giornata, sarà un giocatore della Sampdoria ad avere l’onore di cucire lo scudetto sulla maglia granata. L’ultimo scudetto del Grande Torino. Ancora Giovanni Arpino : « En cui ani ‘d sagrin / unica e sula la tua blessa jera ». In quegli anni di affanni, unica e sola la tua bellezza era.

tratto da  "101 gol che hanno fatto grande la Sampdoria" di Maurizio Puppo, Newton Compton, 2011.



 

L'ACCOSTAMENTO A MENNEA - DI MARCO IMPIGLIA

Pietro Mennea (Barletta 28 giugno 1952 - Roma, 21 marzo 2013).  Oro nei 200 m. (20”19) alle Olimpiadi di Mosca 1980. Primatista mondiale dei 200 m. (19”72) nel 1979, record detenuto per 17 anni. Campione d'Europa sui 200 m. (1974, 1978) e nei 100 m .(1978). Primatista europeo sui 100 m. (10”01) nel 1979. Concorrente a cinque Olimpiadi: Monaco, Montreal, Mosca, Los Angeles, Seoul, dove fu alfiere della rappresentativa italiana. Per oltre 50 volte nazionale azzurro, 16 volte campione italiano.
L’ho conosciuto molte volte prima di conoscerlo veramente, Pietro Mennea da Barletta. E molto mi ha dato prima di darmi qualcosa di sua mano, faccia a faccia. Io sono un amante perso dello sport, che considero la mia teosofia. Perso al punto di scrivere di sport tutti i santi giorni, da trent’anni circa. Mennea è stato il più grande atleta italiano di sempre, su questo non avevo dubbi. Per cui, posso dire che incontrarlo è stato l’apice della mia vita d’amante perso dello sport. Forse, scherzando col mio autore preferito, l’argentino Borges, dovrei parlare d’una sorta di “Accostamento ad Almotasim”. Ma andiamo per gradi, perché ci sono stati dei gradi in questo mio “accostamento a Mennea”.
Il primo contatto avvenne in Algeria nel 1972, sulla Grande Bleu d’Annaba, la città sul mare che fu  culla di sant’Agostino. Avevo dodici anni, era settembre, ed ascoltavo in spiaggia  la radiolina a transistor che prendeva benissimo i canali italiani.  Mio padre lavorava lì con la Fao, esperto in cerealicoltura,  e noi si passava tutte le estati in quel paese allora socialista. La mia trasmissione preferita era Alto Gradimento (Paaah!!!, m’estasiava Scarpantibus), ma le Olimpiadi pure m’interessavano parecchio, e potevo seguirle solo alla radio, perché la Tv non c’era. In Algeria per la prima volta udii scandire ripetutamente il nome di Mennea, in lotta con russi e americani nelle discipline principi dell’Olimpiade. Tifai per lui, per la sua medaglia di bronzo. Non sapevo neanche che volto avesse: me l’immaginavo alto e bello come Gigi Riva, forse solo un po’ meno potente e spietato.
Il mio secondo contatto fu più ravvicinato, non sui litorali libici di Scipione ma giusto a casa mia: all’Olimpico di Roma per i Campionati Europei di atletica leggera. Dovevano essere le giornate di qualifica, mi pare fosse una mattina. Correva il 1974, ai tempi dell’Austerity, che era diversa da quella di oggi, molto meno lamentosa. Bene, stavo con alcuni amichetti in tribuna distinti, quella non coperta dove t’accecava Febo. Abbastanza basso come posti, ma non vicinissimo alla pista. Ad un certo punto, Franchino, un tipo che era capace di salire su un pino alto trenta metri e di passarvi  la notte per vedere che effetto che fa, mi disse: “Capitano, (ero il capo della squadretta di football della mia via, la Moncretese, partecipante ai tornei Acli), “guarda chi c‘è!” Mi girai e, a dieci metri, quindici al massimo, c’era Pietro Mennea, con indosso calzoncini da gara e una T-shirt bianca. Parlava animatamente con un signore anziano, probabilmente il suo allenatore. Deambulava nervoso, come una belva in gabbia. L’Olimpico era chiaramente la sua gabbia, in tutti gli ordini di posti di grigio travertino e di verde legno pitturato, oltre che nell’ovale biancobrunosmeraldo della pista e del campo. Una belva, sì, ma non un leone; piuttosto, una iena sofferente e maledetta. Mi colpì l’aspetto spaventosamente normale, non da atleta, che aveva: un capoccione enorme zeppo di capelli neri tirati all’indietro, scarno di petto, quasi esile, a parte le gambe che parevano quelle di Gerd Muller, il mio goleador nel Subbuteo. “Urca! - pensai - e quello sarebbe il grande Mennea?!” Ma poi lo vidi perdere col biondo Valery Borzov nella finale dei 100 per un nulla, proprio sulla  fettuccia del traguardo, e vincere i 200 con un élain da paura. Aveva il numero 612. Chissà perché, il numero m’è rimasto nella memoria.    
Trascorsero sei anni, e «il fenomeno detto Mennea» rientrò nella mia vita all’improvviso, di nuovo viaggiando sulle onde lunghe. Quell’estate del 1980 stavo in Mozambico, e nella villa ubicata nel settore diplomatico della capitale di quel giovane paese, Maputo, mi rifugiavo la sera in mansarda per captare con una Zenith Trans Oceanic Royal tutte le notizie possibili sui Giochi di Mosca. Nulla si prendeva in italiano, a parte il notiziario del Vaticano alle 7 di sera, ma le altrettanto potenti stazioni sovietiche quelle sì, e invece di angeli e santi parlavano di campioni e campionesse. Difficile descrivervi con quanta ansia e disperazione catturavo le parole che, ondivaghe, andavano e venivano nello spazio, come dispettosi cosmonauti senza patente. Era davvero un gran miscuglio di banane, ma, ad un certo magico momento, catturai l’inconfondibile cronaca, quasi di sicuro registrata, della finale dei 200 metri piani. Sentii la voce tetragona ed eccitata (un ossimoro, ma suonava così…) dello speaker russo ripetere il nome Wells, Wells Wells fino all’ultimo respiro, e poi dire un altro nome: MINNIA ! Proprio così: Minnia, con l’accento sulla prima i.  Quando, a metà settembre, tornai in Italia, vidi il filmato e m’accorsi che Pietro, poco dopo l’arrivo, aveva afferrato al volo una bottiglietta d’aranciata offertagli da un inserviente e se l’era versata sulla testa. Ricomparso al Tropico del Capricorno l’anno dopo ancora, e avendo vinto l’ottavo di finale dei Campionati Internazionali di Tennis del Mozambico, a spese d’un indiano con le orecchie grandi come quelle di Dumbo, e che parlava inglese in un modo che sembrava avesse una pallina da ping-pong in bocca, presi un’aranciata identica a quella di Mosca (era veramente la stessa: i sovietici sbolognavano ai poveri mozambicani marxisti-leninisti quella robaccia) e me la versai sulla testa. Non potete capire la faccia dell’indiano: mi pare mosse addirittura le orecchie. E l’aranciata, marca Morango, era appiccicosissima.
Ma, si sa, ogni accostamento ad Almotasim ha il giusto finale. Circa due anni or sono, era un primo meriggio d’inverno, ebbi la sorte d’incontrare Mennea. Avevo combinato con la scusa che volevo sapere di più sull’archivio di volumi sportivi che aveva a Roma, base di una onlus, una “Fondazione”, che gli stava molto a cuore. L’appuntamento era all’interno del chiostro della chiesa di S. Silvestro in capite, dove la leggenda narra abbia alloggiato per un poco la testa di S. Giovanni Battista. Non potevo vederlo in un luogo diverso: era o no un Abbaside che aveva vinto 8 battaglie, generato 8 maschi e 8 femmine, regnato 8 anni, 8 lune e 8 giorni? Da lì (fu puntualissimo) lo portai in un bistrot appartato che conosco, e la prima cosa che gli dissi fu la storiella dell’aranciata. Mi spiegò che, nella folgorazione dell’ascesa all’empireo, così rapida per lui, l’aveva effettivamente presa, la bottiglietta malnata, pensando fosse piena d’acqua minerale. Convenne che era davvero molto più appiccicosa di quella italiana, ma più buona della Fanta non sapeva: non l’aveva assaggiata. L’aranciata ruppe il ghiaccio e scopersi un uomo quanto mai affabile, genuino, ricco dentro. Ruspante. Mi raccontò miriadi di aneddoti, ma credo l’abbiate tutti letti nei giornali e non vale qui ripeterli. Gli dissi della SISS e del nostro motto, e lui acconsentì a scriverlo su un foglio di carta, firmandolo. Furono due ore di chiacchiere serrate. Mi parlò del diploma Isef e delle sue lauree, ne possedeva quattro, delle sue professioni di commercialista, avvocato, pubblicista, agente di calciatori, della sua attività di euro-parlamentare. Solo una volta, un signore sui 60, uscendo dal caffè prospiciente, sbirciò dentro il bistrot dai vetri appannati (pioveva), esitò un attimo,  entrò e ne uscì soddisfatto con un autografo su un’agendina.
Con Pietro toccammo molti argomenti, e quello che gli stava evidentemente più a cuore era il tema della pulizia dello sport agonistico. Perché lui aveva faticato tanto a tenere il peso forma e a fare una vita da atleta puro. Rinunciando al vino, alla birra e alla buona cucina. E mi disse del favoloso record di 19”72 alle Universiadi di Mexico City, ancora oggi limite europeo; e di quell’altro record mondiale, meno conosciuto, stabilito nello stadio di Cassino nel 1983 sui 150 metri. E mi disse con entusiasmo delle sue docenze presso varie università e dei libri che aveva scritto, anche sul doping, ma io purtroppo non li conoscevo. Allora gli regalai il mio tomo da un chilo e passa su Roma ’60, e lui contraccambiò con un 200 grammi sui Giochi Olimpici di Atene 2000. “Perché questo titolo sbagliato - gli chiesi - Le Olimpiadi del centenario?” Rispose che era perché quelle di Atlanta erano frutto della forza della Coca Cola (che comunque era meglio dell’aranciata sovietica) e che le vere Olimpiadi dei 100 anni erano quelle di Atene, svolte dove lo spirito olimpico era nato. Gli sarebbe piaciuto molto poter estendere la sua vita atletica per parteciparvi, e se avesse avuto il piacere d’un meet con Mefistofele, il contratto l’avrebbe firmato senza remore. Ci lasciammo con la promessa di rivederci di lì a breve, perché avrei voluto fare visita alla sua Fondazione. “Quando vuoi” – mi disse. Poi m’accorsi che non era facile, perché stava sempre in giro a prendere aerei. Tra l’altro, m’era sembrato triste quando aveva parlato della scarsa considerazione riservatagli negli anni dai potenti del Coni; e di come l’avessero dimenticato, ed anche evitato, per il fatto che lui non nascondeva mai le sue verità scomode, e come invece all’estero lo tenessero in palma di mano. Era amicissimo di Mourinho, di vari altri big contemporanei. Che uno come Pietro fosse in sintonia col “Mou”, mi parve logico e conseguente.  Il mio accostamento ad Almotasim finì, in tal modo, con quella rivelazione dell’amicizia tra il lusitano e il barlettano. Che in definitiva mi lasciò con la sensazione armonica d’avere conosciuto un Ulisse dei tempi moderni. Sangue greco e levantino, come diceva, senza punto scherzare, il Gianni Brera, che a Monaco in Baviera gli aveva pure misurato la capa. Quella capa grossa di meridionale figlio di povera gente, quella testa testarda e orgogliosa che era come la punta d’un missile azzurro, lanciato sulle piste del mondo.

MARCO BAGOZZI
MARCO BALLESTRACCI
ALESSANDRO BASSI
STEFANO BEDESCHI
SIMONE BERTELEGNI
ALBERTO FACCHINETTI
renato favretto
stefano ferrio
simone galeotti
davide grassi
MARCO IMPIGLIA
michela lanza
LORENZO LONGHI
RICCARDO LORENZETTI
diego mariottini
CARLO MARTINELLI
FEDERICO MASTROLILLI
giuseppe ottomano
VINCENZO PALIOTTO
pier francesco pompei
MAURIZIO PUPPO
SERGIO TACCONE